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. Chi,
passata la straordinaria Certosa (fondata nel 1173 dal monaco Ulderico
da Casale, dell’ordine dei Certosini), con il sapore mistico che si
raccoglie soffermandosi un attimo nel suo antico chiostro, chi - si
diceva - sale lungo la stretta carrozzabile che porta al pian delle
Gorre percepisce ad ogni metro la novità rappresentata dal luogo: il
bosco si fa via via più ricco di abeti bianchi, una presenza insolita
nelle Alpi Occidentali; il clima fresco e umido, ricco di
precipitazioni, favorisce quest’elegante conifera i cui aghi, scuri
sulla pagina superiore e argentati su quella inferiore, conferiscono
brillantezza alla chioma. |
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x L’immensa
ricchezza ambientale dell’alta valle Pesio, legata alla sua unicità
nelle Alpi Occidentali, è fortunatamente salvaguardata da un efficiente
parco naturale regionale che, analogamente al più grande “Parco delle
Alpi Marittime”, realizza un’accurata tutela dell’ambiente
montano, favorendo la fruizione da parte del pubblico (sono presenti
numerose aree attrezzate ed un’abbondante segnaletica), in buona
armonia con le esigenze dei montanari. |
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LA BISALTA La Besimauda (o Bisalta)
è una delle montagne più celebri delle Alpi cuneesi; deve sicuramente
la sua popolarità, che è anche all'origine di curiose leggende
riguardanti la sua cima bifida, alla sua mole imponente che domina la
città di Cuneo. Proprio a proposito della sua sommità sdoppiata,
un'antica leggenda attribuisce al diavolo la paternità dell'insolita
forma. Pare che molti secoli or sono la montagna presentasse un'unico ed
aguzzo punto culminante; una notte, però, accadde un evento
terrificante e misterioso ! Un montanaro, infatti, s'inerpicava lungo i
suoi sentieri: dopo avere ben piazzato il suo formaggio al mercato
cittadino, tornava al suo villaggio, non disdegnando di festeggiare con
numerosi "mezzi" la buona giornata. Il vino tuttavia rendeva
il passo sempre più incerto e quando la luna tramontò dietro il
profilo della Besimauda, l'incedere del buon uomo si fece veramente
difficoltoso: sassi, radici, buche e asperità d'ogni genere
trasformavano ogni passo in un tormento. Improvvisamente apparve al
pastore il diavolo che, in cambio della sua anima, gli offrì un po' di
chiaro di luna. Il pover'uomo, con la mente annebbiata dal terrore e
dalla stanchezza, accettò: il diavolo stilò il contratto, mentre un
esercito di piccoli demoni ritagliava dal monte la porzione di roccia
che oscurava il disco della luna. Quando l'essere infernale presentò al
montanaro l'atto di vendita della sua anima, il pallido chiarore
dell'astro illuminò a fatica la firma con la quale il disgraziato
siglò il contratto: si trattava di una croce, unica cosa che la vita
grama gli aveva insegnato a scrivere, che pare agli Inferi non avesse
valore legale ! Fu così che la sua anima fu salva: il diavolo fuggì
urlando rabbiosamente e l'unica che ne fece le spese fu la montagna, che
perse una fetta della sua vetta e che il giorno seguente si presentò
con una cima bifida, bis-alta, cioè due volte alta. |
Forse i panorami offerti dalla sua vetta, forse la sua imponente evidenza o chissà quali altre qualità magnetizzarono l'interesse verso la Bisalta anche di alpinisti famosi come Freshfield e Coolidge, che risalirono i suoi pendii nel 1883. Il londinese D.W.Freshfield aveva conosciuto la montagna salendo i morbidi rilievi scozzesi e conquistando più tardi, con storiche "prime", cime famose come il Pizzo Cengalo, la Tour Ronde e la Cima di Nasta, oltre a numerose altre vette in regioni extraeuropee. Il reverendo W.A.B. Coolidge, originario di New York ma inglese d'adozione, conquistò le più celebri montagne dell'Oberland, del Vallese e del Delfinato (tra cui la terribile Meije), il Bianco, il Cervino; tracciò anche una via che porta il suo nome attraverso la parete NE del Viso. Entrambi, profondi conoscitori delle catene montuose d'Europa e di altri continenti, ritennero importante dedicare un poco del loro tempo alla montagna "due volte alta". Da
C.Trova, "La Bisalta" - La Piazza, mensile della prov. di
Cuneo, 11/2000 SCI
NORDICO SULLA PISTA DEL MARGUAREIS
Nella
foto: |
LA CERTOSA DI PESIO Naturalmente
l'itinerario descritto non può non comprendere una seppur breve sosta
nel vasto complesso religioso della Certosa: questa, a quota 859 m., fu
fondata nel 1173 da Ulderico da Casale, monaco dell'ordine dei
Certosini. Centro di vita culturale e spirituale per oltre seicento
anni, la sua presenza condizionò ovviamente economicamente ma
sorprendentemente anche dal punto di vista naturalistico la vita della
vallata: si deve infatti all'attività dei monaci, oltre che alle
condizioni climatiche favorevoli, la presenza della folta copertura
forestale della valle del Pesio. La Certosa di Santa Maria iniziò
tuttavia un periodo di grave decadenza a partire dal 1802 quando l'onda
antireligiosa conseguente all'invasione napoleonica costrinse i
Certosini a fuggire. Seguí un periodo di distruzioni e saccheggi; dopo
la restaurazione delle monarchie europee, tra cui quella sabauda, la
Certosa conobbe nuovamente un periodo di prosperità: trasformata in
stabilimento idroterapico, fu testimone di numerosi soggiorni dei Savoia
e di personaggi illustri quali Cavour e Massimo d'Azeglio. Dal 1934
l'edificio è ritornato alla sua primitiva funzione religiosa essendo
oggi abitata dai Padri Missionari della Consolata di Torino.
L'architettura dell'edificio religioso ha oggi perso le forme medioevali
che dovettero caratterizzare la sua origine: più volte rimaneggiata a
causa delle alterne vicende vissute, la Certosa ha oggi un aspetto
tardo-rinascimentale. Di grande interesse è sicuramente il chiostro
interno, dove una splendida succesione di colonnine romaniche chiude su
tre lati il giardino interno, poggiando su una balaustra che accresce la
sensazione di raccoglimento e sorreggendo un porticato con tipico tetto
in lose; sul corridoio aperto su un lato verso l'ambiente esterno, un
cortile spesso "invaso" dall'ambiente montano (come ben si
comprende osservando le frequenti rappresentazioni in foto e dipinti nei
quali la neve quasi occlude gli spazi aperti degli archi), si succedono
le porte di quelle che furono le celle dei monaci, comunicanti con
l'esterno anche attraverso le caratteristiche ruote attraverso le quali
venivano passate le vivande. Assai suggestiva è anche la loggia che si
affaccia sull'ingresso principale della Certosa, con alcuni dipinti del
Quattrocento ed uno splendido colpo d'ochhio sull'alta valle, e la
chiesa dell'Assunta (risalente al sec. XVI), dal cui ingresso,
curiosamente aperto su un balconcino affacciato sul torrente, si possono
ancora osservare ancora alcune strutture legate al lavoro pratico di
sostentamento alimentare dei monaci: nello spazio di pochi metri è
racchiusa e messa in atto la regola "ora et labora". |
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