L'EMIGRAZIONE DALLE
VALLATE CUNEESI
RAGGIUNSE LA MASSIMA INTENSITA'
TRA IL 1912 ED IL 1936 .........
" Cuneo, 15 luglio 1868 - Ai Signori Sindaci della Provincia -
Da un recentissimo rapporto del Regio Console Generale a Buenos Aires, ha il
Governo con pena rilevato la miserissima condizione in cui è esposta colà la
sempre più crescente emigrazione italiana che, in soli due mesi e mezzo del
volgente anno, ha raggiunto la vistosa cifra di circa 4 mila individui.
Nelle attuali circostanze politiche di quei paesi è
impossibile, che così tanti emigrati possano trovarvi occupazione e così molti
sono costretti a darsi al vagabondaggio, o ad ingaggiarsi soldati in quelle
repubbliche, o del Brasile, maledicendo il giorno che abbandonarono la loro
patria e le persone che li eccitarono a tale passo.
A fronte di questo stato di cose, il sottoscritto debbe
nuovamente richiamare l'attenzione dei signori sindaci su questo importante ramo
dell'emigrazione, perché si adoperino a tutt'uomo perché siano impediti i
lamentati danni dell'emigrazione stessa, che gioverà assai il saper informare
dei detti inconvenienti e danni i propri amministrati.
Il Prefetto Faraldo ".
Da un rapporto del commissariato all'emigrazione dello
stato di New York, registrato nel 1867: "...il Leibnitz è arrivato a Lower
Bay l'11 gennaio 1868, dopo una traversata di 61 giorni, o piuttosto 70 giorni,
per quanto riguarda i passeggeri che per quel periodo di tempo rimasero
confinati nella stiva affollata (...) i passeggeri erano 544 in tutto dei quali
359 adulti, 153 fanciulli e 46 neonati (...) di questi 544, 105 morirono durante
il viaggio e tre in porto, per un totale di 108 morti e 436 sopravvissuti. Il
primo morto si ebbe il 25 novembre. In certi giorni, come ad esempio il primo di
dicembre morirono fino a 9 passeggeri (...) l'epidemia non accennò a recedere
fin verso la fine di dicembre, e non si verificarono mai casi quando il
bastimento ebbe raggiunto di nuovo le latitudini settentrionali. Cinque bambini
nacquero durante il viaggio. Alcune famiglie invece si estinsero completamente;
di altre, morirono il padre e la madre; oppure un marito ha lasciato una povera
vedova con bambini piccoli o una moglie ha lasciato per sempre il marito.
Parlammo con alcuni bambini e quando chiedemmo loro dov'erano i
loro genitori, indicarono l'oceano tra singhiozzi e lacrime, laggiù in fondo !
Prima del nostro arrivo a bordo il bastimento era stato ripulito e disinfettato
ma non abbastanza da far scomparire il sudiciume che, in alcune parti copriva le
pareti (...) la cosiddetta stiva è un vero e proprio lazzaretto, fatto apposta
per ammazzare il più sano degli uomini. E in questo luogo si affollarono per
settanta giorni circa cento venti passeggeri, per la maggior parte del viaggio
in un caldo tropicale, con scarse razioni di viveri e insufficiente scorta
d'acqua...".
Povertà, fame, mancanza di lavoro; cause scaturite in
seguito allo squilibrio fra crescita demografica e sviluppo economico che,
caratterizzò l'Italia dalla seconda metà dell'ottocento sino ai primi decenni
del novecento. Concause furono la trasformazione e l'evoluzione tecnologica sia
nel settore industriale (molto in crisi) che agricolo che provocò un forte
dissesto nei settori produttivi e fra le classi sociali.
L'Italia si trovava in una fase di transizione demografica
dove, ad una contrazione della mortalità non si ebbe altrettanta corrispondenza
nella natalità. Sembra che quantitativamente il fenomeno assunse dimensioni
notevoli; si è stimato che in un secolo, dal 1870 al 1970, qualcosa come 27
milioni di italiani dovettero abbandonare la loro patria. Gli anni che
registrarono il maggior flusso migratorio sono stati individuati tra gli ultimi
decenni del secolo scorso e la prima guerra mondiale - circa 14 milioni di
italiani espatriarono - .
Nel periodo successivo, restrizioni all'emigrazione imposte dagli Stati Uniti e dalla politica fascista, ridimensionarono di molto l'emigrazione. Geograficamente il fenomeno interessò inizialmente le popolazioni dell'alta Italia come nel 1889 ci illustra Edmondo De Amicis sul suo libro "Sull'Oceano": "...la maggior parte degli emigranti, come sempre, provenivano dall'alta Italia...molti Valsusini, Friulani, agricoltori della bassa Lombardia e dell'alta Valtellina; dei contadini d'Alba e Alessandria che andavano all'Argentina non per altro che per la mietitura, ossia per mettere da parte trecento lire in tre mesi navigando 40 giorni. Molti della Val di Sesia...della Liguria il contingente solito, dato in massima parte dai circondari d'Albenga, di Savona e di Chiavari, diviso in brigatelle, spesate del viaggio di un agente che le accompagna, al quale si obbligano di pagare una certa somma in America, entro un tempo convenuto (le "agenzie"), in molti casi facevano vera e propria opera di sciacallaggio, promettendo sotto lauto compenso, denaro e lavoro sicuro per chi si affidava a loro; per poter evitare questi soventi casi di sfruttamento anche da parte di incettatori di mano d'opera e loro commissionari, venne emanata la Legge Crispi del 30 dicembre 1888 n° 5866, ma essa non valse ad eliminare gli inconvenienti per i quali era stata varata: infatti mantenne il carattere strettamente privatistico del contratto, limitandosi a sancire norme di polizia per controllare l'attività di agenti o subagenti. Con un'altra Legge del 31 gennaio 1901 n° 23, le norme che disciplinavano l'emigrazione vennero profondamente cambiate; furono abolite le agenzie per il trasporto degli emigranti e furono stabilite nuove modalità e condizioni per il trasporto stesso; vennero inoltre istituiti particolari organi pubblici per l'informazione necessaria sulle condizioni di vita e di lavoro nei paesi in cui l'emigrazione si rivolgeva...".
Il ritardo dell'emigrazione meridionale in confronto a quella settentrionale, fu soprattutto dovuto, sia alla maggior povertà che alla minore industrializzazione del sud; non dimentichiamo che seppur era la miseria a sostenere l'emigrazione, per affrontare un viaggio transoceanico occorreva una certa disponibilità economica che non tutti possedevano ("...mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar..."). Solo verso la fine dell'ottocento, una maggiore richiesta di manodopera dagli Stati Uniti e, l'introduzione della navigazione a vapore, permise una riduzione dei costi sui viaggi e quindi un maggior esodo dal sud dell'Italia.
Le cause dell'emigrazione e quindi dello spopolamento rurale,
in particolar modo nelle nostre Valli Po, Varaita e Maira, vanno interpretate in
un forte squilibrio tra popolazione e risorse del territorio, aggravatosi negli
anni e che manifestò la massima intensità tra il 1912 e il
1936. Come potete
constatare dai dati demografici espressi nella tabella, si nota un forte e
costante incremento demografico fino all'anno 1881; nel 1912 inizia la flessione
demografica che con i dati del 1936 si trasforma in un vero e proprio esodo,
sparisce il 31 % degli abitanti.
Crissolo, Oncino, Ostana, Pontechianale, Valmala, Frassino,
quasi si dimezzano; comunità vallive più importanti come Sampeyre, Paesana,
Sanfront, perdono migliaia di abitanti. Altre cause responsabili del forte
decremento demografico sono da attribuirsi: sia all'inizio
dell'industrializzazione agricola in pianura sia alla frammentazione fondiaria.
Le comunità montane, si trovarono nel giro di pochi lustri, a dover competere
col dinamismo imposto dalla nuova svolta capitalistica e tecnologica della
pianura: la frantumazione fondiaria, ma soprattutto l'arcaicità delle tecniche
di produzione e di trasformazione dei prodotti e la mancanza di
imprenditorialità locale, incrinarono alla base la struttura economica delle
nostre valli.
Questo primo grande spopolamento delle montagne (altri ne
seguirono, in diverse tappe, ma non così devastanti) subì più o meno in tutto
l'arco alpino italiano il medesimo corso, tranne che sulle montagne dell'Alto
Adige dove, l'istituzione del "maggiorasco" (istituto del diritto successorio
feudale, in base al quale un patrimonio veniva trasmesso integralmente al
parente di grado più prossimo all'ultimo possessore e, in caso di pari grado a
quello più anziano) impedì per secoli la frantumazione dei fondi agricoli, frenò
l'abbandono permettendone la sopravvivenza e quindi la permanenza delle
popolazioni nell'area.
Lo spopolamento delle valli, tra gli altri effetti sopra
considerati, provocò anche l'incremento demografico dei maggiori centri di
fondovalle, ad esempio: Costigliole Saluzzo, Piasco e Verzuolo per la Valle
Varaita; Rifreddo e Revello per la Valle Po.
I luoghi dove le ondate migratorie dei cuneesi si riversarono
maggiormente in cerca di lavoro furono, in ordine decrescente: Stati Uniti,
Brasile, Argentina, Germania, Svizzera e Francia.
In Valle Grana due paesi che val la pena di vedere, ancora oggi
trasmettono con il loro silenzio l'entità di quel dramma: Narbona e Feyles, case
spaccate in due, letti ancora preparati, armadi aperti con i vestiti dentro,
quadri religiosi appesi ai muri, suppellettili in cucina, scarponi appoggiati
alla finestra...quando si partiva tutto si lasciava se non quelle poche cose che
potevano stare in uno zaino.
Riccardo Baldi